Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta - R. Ghigi, Il Mulino (Bologna), 2019

In ‘Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta’ di Rossella Ghigi, docente di Sociologia della famiglia e delle differenze di genere presso l’Università degli Studi di Bologna, viene sottolineata l’importanza della prospettiva di genere per le politiche giovanili allo scopo di fornire risposte adeguate e specifiche, indicare interventi anche per le politiche dell’istruzione affinché tengano conto dei diversi interessi, modalità di partecipazione, bisogni e progettualità dell’universo giovanile fin dalla più tenera età.

Il titolo del primo capitolo ‘Il genere si può insegnare?’ pone un interrogativo in apparenza cruciale, anche se in realtà non è ipotizzabile, nella visione dell’Autrice, potervi dare una risposta: l'educazione/istruzione attenta alle questioni di genere è senza dubbio da prendere in considerazione per poter offrire gli strumenti adatti affinché la persona nella fase della sua crescita individui e riconosca le proprie aspirazioni in maniera aperta e sincera, ma ha limiti oggettivi. Continuando con le domande ‘difficili’ poste dall’Autrice, quella ‘ Gioca con le bambole, sarà gay? (E soprattutto, perché me lo chiedo?)’ porta a considerare quanto le risposte corrano il rischio di condizionare il comportamento degli insegnanti. Il punto è che è la domanda ad avere delle criticità e che, perciò, bisogna analizzarne i presupposti taciti.

La Scuola, alla quale l’Autrice dedica ampio spazio, proprio per la sua funzione propulsiva rispetto alla socializzazione, non può ‘chiamarsi fuori’ dalle questioni relative al genere: ma come si mettono in atto i processi di insegnamento/apprendimento per l’educazione di genere? E’ nella Scuola che avviene la trasmissione di valori, norme e conoscenze tipiche della società di appartenenza, e dunque non si può pensare che essa possa autonomamente produrre cambiamenti sostanziali dal punto di vista dei modi di pensare, delle abitudini degli alunni dato che essi vi fanno ingresso – tanto per cominciare - con un proprio bagaglio ‘culturale’ derivante dalle influenze, dai modelli e dagli esempi familiari. E’ inevitabile inoltre che la scuola riproduca, anche in maniera involontaria, stereotipi rispetto ad atteggiamenti, comportamenti, predisposizioni, capacità e interessi ‘di genere’ anche attraverso i libri di testo, i ‘programmi’ disciplinari che non sempre – a loro volta – risultano critici verso questo approccio e tramite le/i docenti che molto spesso li trasmettono inconsapevolmente in quanto intriseci alla propria cultura di origine.

La Scuola, tuttavia, può e deve fare molto già a partire dalla prima infanzia, sebbene questo segmento scolastico sia un luogo professionale fortemente femminilizzato: a questo proposito, l’Autrice, figlia della tradizione anglosassone dei gender studies, ritiene necessario riequilibrare la presenza maschile nei contesti educativi per dare enfasi alle molteplici possibilità del maschile, sia per gli adulti, sia per i bambini e le bambine che stanno imparando a dare un senso alle identità di genere. La Ghigi è infatti del parere che avere più educatori uomini nei servizi 0-6 anni, dove più mancano cioè, permetterebbe di ripensare l'identità di genere, riconoscere la dimensione della cura, mostrare modelli maschili nuovi a chi, da grande, sarà marito e padre. Lasciare che la Scuola non se ne occupi in maniera esplicita si traduce nel far sì che altre agenzie di socializzazione propongano indisturbate i propri modelli di genere e di relazione tra i generi. 

Non si tratta, dunque, di neutralizzare il genere, di disfare la differenza ma di renderlo quanto più possibile ricco e aperto e di contrastare la disuguaglianza. Di fronte ad una realtà sempre più complessa, avere gli strumenti per valorizzare la molteplicità delle esperienze diventa inoltre parte di un percorso di educazione alla cittadinanza. Ad esempio, non precludere a priori la possibilità di misurarsi con compiti di solito associati o comunque svolti dall’altro genere significa aprire delle porte, non chiuderle, ma neanche forzare gli altri a entrarvi. 


Tags